“La prego Direttore, ci aiuti!” Mamma e figlie subiscono violenza dal marito e padre delle piccole e invece di essere difese dalle istituzioni vengono condannate. Lettera aperta a Mario Giordano

Gentile Direttore Giordano,

mi chiamo Viviana, sono una donna italiana e madre di due figlie adolescenti. Le scrivo con la speranza che la mia voce – e quella delle mie figlie – possa finalmente essere ascoltata. Le scrivo per denunciare una violenza che ha superato ogni limite: prima da parte del padre delle mie figlie, poi da parte delle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerci, e infine dalla giustizia, che ci ha condannate invece di tutelarci.

Si parla tanto di violenza contro le donne, ma spesso non si ha il coraggio di guardarla in faccia. La violenza non è solo quella che lascia lividi sulla pelle, ma anche quella che ti annienta dentro: ti ruba la pace, la dignità, la speranza.

Io sono stata picchiata, minacciata di morte, pedinata. Sono finita in ospedale, ho vissuto con la paura di non vedere l’alba del giorno dopo. Ma la cosa più straziante è che tutto questo accadeva davanti agli occhi delle mie figlie, allora di cinque e sette anni. Il loro padre – se ancora così può essere chiamato – esercitava su di loro una violenza psicologica costante: le minacciava, le terrorizzava, diceva che le avrebbe portate via con la forza o date ai servizi sociali.

Un giorno si è perfino tatuato i loro nomi sul braccio, mostrandolo e dicendo: “Guardate, il demonio!”

I Carabinieri erano a conoscenza della situazione: la mia querela, le telefonate per denunciare lo stalking, gli atti violenti parlano da soli, ma come in molti casi succede: hanno le mani legate.

Una volta sono intervenuti per allontanarlo da casa perché “in stato di agitazione” e ci hanno consigliato di cambiare serratura. Ci hanno offerto il loro appoggio morale. Ma lui ci seguiva di nascosto. E quando nell’ultimo periodo, sempre più frequentemente, aveva scatti d’ira incontrollabili, diventava davvero violento. Ho anche cercato di filmarlo una volta con il cellulare per mostrare tutto alle forze dell’ordine ma dovetti subire una pesante ritorsione. Mi distrusse il telefono e io per la paura mi chiusi in bagno gridando aiuto e chiedendo di smetterla.

Era già successo altre volte durante gli anni di matrimonio che lui avesse atteggiamenti aggressivi, ma non pensavo potesse arrivare a tanto. Quando sono rimasta incinta di Sarah mi lanciava oggetti contro la pancia. Incinta di Chiara mi scherniva e umiliava. Nel corso degli anni sono sempre più diventata l’oggetto del suo sfogo e mentre cercavo, forse da ingenua, di fare il possibile per salvare il nostro matrimonio, lui, sotto il controllo di sua madre prima e della sua amante dopo, lo faceva a pezzi.

Così è diventato sempre più aggressivo, senza umanità, senza compassione. Una fredda macchina carica d’odio. Capace però di mostrarsi al pubblico come un agnellino.

Il nostro matrimonio era così giunto al termine. Non è la fine del mondo. Tante coppie oggi si separano. Può capitare. Ma quello che è intollerabile è il fatto che ripetutamente lui abbia usato violenza contro di me e le mie figlie. Prima erano rari momenti, poi sono diventati sempre più frequenti, come sto scrivendo anche nel mio libro in modo dettagliato. E anche se i Carabinieri ci avevano offerto il loro sostegno morale, in realtà, non avevamo protezione. Lui era costantemente libero di perseguitarci anche grazie al favore di giudici ai quali non è mai importato lo stato di paura e di terrore nel quale vivevamo.

La giustizia, anziché intervenire per proteggerci, ci ha voltato le spalle.

Durante la prima udienza di separazione infatti, la giudice – dott.ssa Rosa Muscio – mi chiese di revocare la querela. Dovevo fingere che non fosse mai accaduto nulla. L’avvocato del mio ex marito, davanti al giudice, mi minacciò apertamente: “Se non la ritira, le farò la guerra”. E così è stato.

A quel punto, sapevo che dovevo agire per salvare le mie figlie. Stavano male, piangevano ogni notte, avevano smesso di sorridere. Avevo già visto la loro infanzia calpestata dalla paura. Così, il 12 maggio 2017, ho fatto la scelta più difficile della mia vita: le ho portate in Sierra Leone (dove avevamo già vissuto l’anno precedente con l’autorizzazione scritta e firmata del padre). Un Paese che anche lui conosceva bene, perché era venuto con noi nel 2014 come volontario dell’organizzazione “Solidarity” di mio fratello e ci aveva raggiunte di nuovo nel dicembre 2017. Un Paese che ci avrebbe protetto.

Nonostante sapesse dove ci trovavamo – e fosse stato subito informato – ha sporto denuncia per sottrazione internazionale di minori. Io sono laureata in Giurisprudenza, sapevo, prima di partire, che avrei corso questo rischio. Sapevo che mi avrebbe accusato e fatto di tutto per nascondere il reale motivo della mia partenza. Ma quando una madre vede le proprie figlie disperate spegnersi poco alla volta e peggiorare dal punto di vista fisico e psicologico ha il dovere di allontanarle dalla fonte di male e metterle in salvo.

Ricordo ancora i pianti sempre più frequenti, la paura nei loro occhi, gli abbracci disperati e le grida:Mamma, ti prego, portaci via, salvaci!“.. non sapevo cosa fare, come gestire questa situazione. Mi sentivo sola, impotente. Nessuno intorno a me, a parte mio fratello che per un certo periodo si era trasferito a casa nostra per proteggerci, ha mai capito la gravità di quello che stavamo vivendo. Un inferno, un incubo che sembrava non finire mai. Ho temuto di perdere le mie figlie. Ho temuto di vederle precipitare in un baratro. Se fossi stata sola (senza le mie figlie) probabilmente non avrei avuto la forza di reagire. Sarei rimasta in Italia e sarei morta in Italia. Sarei stata l’ennesimo caso di femminicidio. Ma non mi importava morire (se fossi stata sola). Come non mi importava essere condannata. Anche perché da morta le mie sofferenze sarebbero finite. Ma avevo le mie figlie a cui pensare. L’unica cosa che mi importava erano loro. Che dovevano essere protette. Dovevo lottare per loro. Non arrendermi per loro.

Pensi Direttore.. a scuola si facevano venire addirittura il vomito quando quel giorno doveva essere il padre che doveva andare a prenderle (perché così avevano deciso i giudici). Citofonava a casa e loro scoppiavano a piangere con un cuore che in preda all’ansia batteva all’impazzata. Si appostava, si nascondeva, ci seguiva, minacciava. Avevamo paura ad uscire di casa. Stalking, pedinamenti, aggressioni, pressioni psicologiche (che alcune volte sono peggio di quelle fisiche). E nessuno sembrava in grado di fare nulla.

Mi chiedo: perché i giudici non si sono mai posti il problema di capire il motivo per il quale io fossi fuggita in Africa? Perché non hanno mai voluto ascoltare le mie figlie? Perché non hanno ascoltato mio fratello che nell’ultimo periodo in Italia ha vissuto con noi? Perché non hanno preso in considerazione le dichiarazioni del Console Onorario d’Italia in Sierra Leone? Perché hanno fatto finta non esistesse la denuncia di violenza e il referto medico di quando il mio ex marito mi ha mandato in ospedale? Perché hanno rigettato la relazione degli specialisti che una volta giunte in Sierra Leone hanno analizzato la situazione delle mie figlie e capito e compreso il dramma o meglio il trauma causato dal padre?

Testimonianze, documenti, dichiarazioni, tutto rigettato. Tutto è stato inutile.

Così sono stata condannata a due anni e sei mesi, senza condizionale. Questo il prezzo per aver amato e salvato le mie figlie.

Nella sentenza penale di Cassazione è stato pure scritto che avevo commesso un grave crimine per aver fatto vivere le mie figlie in condizioni di povertà. Una menzogna atroce. Sono stata giudicata “madre inidonea” solo per aver scelto la Sierra Leone. Ma documenti medici, lettere dell’arcivescovo di Freetown, attestazioni del Ministero del Welfare e Gender Affairs, e perfino del Console italiano dimostrano il contrario ovvero che le mie figlie stavano e stanno bene, vivevano e vivono in condizioni dignitose e ad oggi frequentano pure una scuola internazionale certificata Cambridge.

Nessuno è mai venuto a verificare di persona. Nessuno ha mai voluto battersi per ciò che era giusto o anche solo prendere in considerazione la verità. L’unico obiettivo era condannarmi, seguendo un copione scritto in partenza.

L’assurdità della sentenza va oltre: nonostante fosse stato dato l’affido esclusivo al padre, si affermava che, se le bambine fossero tornate in Italia, non sarebbero comunque state affidate a lui, ma a una famiglia terza o ai nonni materni. Una contraddizione che smaschera l’ingiustizia subita.

La Cassazione civile ha annullato le due sentenze precedenti di primo e secondo grado, dichiarando che era stato un processo viziato e ingiusto, e che doveva essere rifatto ascoltando finalmente le minori. Ma anche questa indicazione è rimasta lettera morta. Nulla è stato fatto. E la giustizia penale ha proseguito a condannarmi, ignorando persino la sentenza civile che annullava tutto.

Questa è l’ennesima forma di violenza. Hanno punito me e, peggio ancora, le mie figlie. Le hanno private della loro identità, del loro passaporto italiano. Hanno protetto l’aggressore, ignorato le prove, disprezzato la verità.

Ora come stanno le mie piccole?

Purtroppo vivono costantemente un trauma.. anche se oggi sono tornate a vivere e sorridere si portano dentro una ferita che difficilmente si rimarginerà. Specie se prima non verrà interrotto il fiume d’odio e male che il mio ex marito si porta dentro e che ancora oggi colpisce tutti coloro che sono vicino a me. So che sembra assurdo ma colpendo le mie figlie, colpisce me. Ed è quello che lui vuole. Si tratta di un male assoluto, freddo e calcolatore che si nasconde dietro una maschera di bontà. Inganna, manipola, uccide. E non avrà mai fine se qualche anima gentile non interverrà mostrandogli quello che non vuole vedere, quello che ha causato e sta causando.

Se non esce la verità e non viene fatta giustizia l’incubo sarà sempre dietro l’angolo e non potremo mai ricominciare una nuova vita. Anche se siamo lontani chilometri da casa e lui qui non può farci del male vivo in esilio e sento il peso della mancanza di libertà. Sento il peso del suo odio costantemente alimentato forse dalla sua nuova compagna. Un odio che disturba la nostra pace. Impedisce la nostra vera pace. E uccide la libertà. Perché non ci può essere né pace né libertà laddove giustizia non è fatta. Laddove il mondo è rovesciato e le vittime sono condannate mentre i carnefici ridono, si prendono gioco delle istituzioni e la fanno franca, anche grazie alla superficialità, il disinteresse e in certi casi la corruzione delle stesse istituzioni.

La mia piccola Sarah, la figlia più grande, ogni tanto, ancora oggi, ha attacchi di pianto “immotivato”.. è ansiosa.. e l’anno prossimo, quando a dicembre compirà 18 anni vuole tornare in Italia, affrontare il padre e lottare per far uscire la verità che non è mai uscita. Ha scritto anche una lettera a suo padre (vedi link) in tal senso, rimasta senza risposta. Io da madre, non vorrei che si arrivasse a questo. Perché sarebbe rivivere il trauma. Anche se ora sono più forti e non hanno più sette anni sarebbe tuffarsi nuovamente dentro un clima di dolore e male. Per quello sto facendo di tutto affinché esca la verità oggi, ovvero prima del suo ritorno in Italia. Ma lei vuole tornare lo stesso anche per cambiare il suo cognome.

L’altra mia figlia invece, Chiara, la più piccola, reagisce in modo diverso. Si tiene tutto dentro. Si ammutolisce quando vengono fuori certi discorsi. E questo forse è anche peggio perché non essendo io capace di decifrare non so quanto sia grave il bagaglio che si porta dentro.

Con l’aiuto di Dio so che ce la faremo. Ma Dio si serve molte volte di uomini di buona volontà, angeli che hanno a cuore le sorti dei piccoli, dei deboli, degli indifesi. Uomini come lei direttore..

Per questo oggi le chiedo aiuto. Chiedo che questa storia venga raccontata. Chiedo che finalmente qualcuno abbia il coraggio di ascoltarci. Non per pietà, ma per giustizia. Perché nessuna madre debba più essere criminalizzata per aver protetto i propri figli. Perché la verità merita di venire alla luce. Perché si possa dire insieme, con forza, NO alla violenza. Sì alla verità.

Con rispetto e speranza,

Viviana Colombo
[Contatti: vivianacolombo77@gmail.com ]


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