Sarah ha solo 16 anni, ma ha già vissuto un’esperienza che la maggior parte delle persone non immagina nemmeno. Cresciuta in un contesto familiare violento, ha visto la sua infanzia strappata via dalla paura, dalle minacce e dall’abbandono. Ora, con coraggio e determinazione, rompe il silenzio attraverso una lettera al padre, Claudio Ratti, che ha inflitto tanto dolore alla sua famiglia. Questo atto non è solo un grido di liberazione, ma anche una promessa: un invito a lui e a chi ha ignorato la sua sofferenza a fare i conti con la verità. A breve compirà 18 anni, e, come ha scritto lei stessa, “se non chiedi scusa ora, sarà peggio per te.”
La Lettera Integrale di Sarah
“Ciao, sono Sarah. Non so se ti ricordi ancora di me visto che sono passati otto anni da quando non mi vedi e non hai più voluto vederci, ma non mi interessa. Non so se ti ricordi di tutto il male che ci hai fatto. Voglio rinfrescarti la memoria visto che ora non sono più un uccello chiuso in gabbia che ha paura di te.
Per prima cosa ti rimembro che l’anno prossimo avrò diciotto anni quindi se non chiedi scusa ora sarà peggio per te quando ritornerò in Italia perchè ti denunceró per tutto il male che hai fatto e per le bugie che hai raccontato in tribunale, poi vediamo chi ride.. aspettami..
Ora ti riporto un poco indietro nel tempo.. magari ti sei dimenticato ma io no. Ci sono infatti cose che non si dimenticano specialmente quando si subisce un trauma.
Ora inizia il vero viaggio nell’oscurità..
Ti ricordi quando hai mandato la mamma in ospedale dicendo a noi invece che era stata lei ad averti tirato un calcio? Ti voglio ricordare che non eravamo e non siamo stupide. L’abbiamo visto con i nostri occhi che è stato esattamente l’opposto. E c’è anche il referto del Pronto Soccorso che lo testimonia. Ti ricordi che sei andato via di casa proprio in quel giorno e solo alla sera è arrivata l’email che ci diceva che tu eri dai tuoi genitori, ma questo non è tutto. Te ne sei andato persino rubando le cose di casa. Pagate anche dalla mamma. Ti ricordi quando hai rotto il telefono della mamma che voleva dimostrare il tuo atteggiamento violento e l’hai costretta a chiudersi in bagno dalla paura? Ti ricordi quando ci pedinavi di nascosto parcheggiando la macchina fuori casa? Quando ci minacciavi di chiamare i Carabinieri se non venivamo via con te. O quando io e Chiara dovevamo andare in piscina e ci hai detto che se non venivamo via con te avresti chiamato la Polizia.. Quel giorno abbiamo supplicato nostra nonna di venire con noi. E quando ci minacciavi di chiamare gli assistenti sociali per portarci via da nostra madre dicendo che era lei a farci del male e a picchiarci? Sicuramente te lo sei dimenticato..
Ti ricordi quel giorno quando i Carabinieri sono venuti a casa ad allontanarti? Per difenderti hai detto che nostra madre ci picchiava (che certo non era vero) e hai testimoniato che la vicina sapeva tutto. Continuavi e continui a dire bugie su nostra madre e io la difendevo e difenderò dicendo la verità. C’era anche mia nonna in quella situazione e può testimoniarlo. Mia sorella invece chiusa in camera presa dalla paura. E tu fino a un attimo prima che dicevi a mia mamma “Io non me ne vado di qui finché non chiami una pattuglia dei Carabinieri!” Mi ricordo bene quelle parole. Abbiamo avuto paura che tu potessi andare in cucina e uccidere mia nonna, oppure noi e mia madre. Mia mamma con le mani che le tremavano costretta a chiamare i Carabinieri e i miei parenti per allontanarti. I Carabinieri, quando sono arrivati, hanno visto e sentito tutto, specialmente quando urlavi come un matto. Te lo ricordi o no? Magari anche questo te lo sei dimenticato. Ti rinfresco io la memoria. I Carabinieri sono arrivati a casa e ti hanno allontanato perché eri agitato dicendoti di non tornare più. Non solo, il giorno dopo il maresciallo Ferri ti ha dato un foglio dicendoti di non avvicinarti a casa e come sempre tu non lo hai rispettato. I Carabinieri hanno detto subito a mia mamma di cambiare serratura e di non aprire la porta se tu fossi ritornato quella notte. Io, caro mio, mi ricordo tutto. È stato un trauma troppo forte. E quando uno vive un trauma non si dimentica così facilmente. Pure a cent’anni lo avrai sempre in testa.
Ti ricordi poi quando sei venuto in Sierra Leone (parliamo del 2016, quando abbiamo fatto un anno qui e poi siamo tornate in Italia prima della nostra partenza definitiva) e hai minacciato mia mamma dicendo: “Ora che non c’è più tuo fratello hai paura che ti ammazzo?” Noi avevamo paura che ci uccidevi come un battito di ciglia. Noi a casa vivevamo con la paura pensando che ogni passo che facevamo ci seguivi e ci uccidevi.
Infatti ti ricordi quando mio zio è venuto a vivere con me, mia sorella e mia madre per proteggerci da te? O pensi che sia venuto per farsi una vacanza? Come il fatto che tu pensi che la mamma sia venuta in Africa per Peter. Ti sbagli di grosso. Tu non lo sai ma io ho pregato tanto mia mamma di portare in Africa me e mia sorella. Non di certo per fare una vacanza. A noi di venire in Sierra Leone non ci interessava, nel senso che non avevamo un motivo valido che ci spingesse a venire qui, a trasferirci qui se non quello di fuggire dal demonio che sei. E per grazia di Dio siamo venute in questo Paese perché ci ha protetto in tutti questi anni e ci ha ridato pace.
Ora ti porto un po’ nel presente.
Ti ricordi quando ci hai portato via il passaporto? Bene, pensavi di privarci della libertà ma noi siamo forti in confronto a te. Ora ci ritroviamo con un passaporto temporaneo grazie alla tua cattiveria.
Ti ricordi quando la mamma ha venduto parte della casa e hai messo il nome della mamma nell’assegno sapendo che lei non era più residente in Italia così da non poter permettere al nonno di ritirare i soldi? Io conosco tutti i tuoi dispetti e cattiverie. L’odio che nutri, la violenza commessa e il male che ti divorerà.
Quando ci hai rubato i 60 mila euro per i danni morali che noi, a detta tua, ti avremmo causato.. ti ricordo che i danni morali li hai fatti tu a noi, non noi a un vigliacco come te.
Ora ti porto a Giugno quando hai fatto condannare mia mamma per le tue falsità ed era pure il giorno del compleanno di tua figlia Chiara.. prova a pensare che bel regalo che gli hai fatto.. forse a te non fregava niente del suo compleanno.. quello è stato un giorno di lacrime per tutti quanti.
Tu, orco, sei stato assolto e direi noi (perchè io non lascio mia mamma da sola dopo che lei è partita per salvare noi) condannate.
Magari non ti ricordi quando ti ho chiamato e tu mi rispondevi come fossi una bambina stupida. Guarda che qui l’unico stupido eri e sei tu. Non una ragazza che ora ha 16 anni, 17 a dicembre.
Ti voglio solo dire le ultime cose:
ti do due possibilità. O dici tutta la verità a tutti: al tribunale, ai parenti e alla mia famiglia e rimuovi la condanna a mia madre oppure quando l’anno prossimo verrò in Italia per prima cosa cambio il mio cognome perché mi vergogno di avere un cognome di un bugiardo e poi faccio io causa a te. Prima ti denuncio e poi mi riprendo tutti i soldi che ci hai rubato e poi vediamo se ancora ridi. Quindi saranno problemi per te.
E poi ti dico anche questo: non voglio le tue scuse. Sarebbero solo parole a vanvera. Un padre non chiede scusa così (tanto per) dopo ad avere causato un trauma a me e a mia sorella. A parte che per ora non hai neanche pensato di chiederci scusa..
E non parlare della mia cara madre che quel giorno, il 12 maggio del 2017, si fece coraggio per salvare la vita di me e di mia sorella portandoci in Africa, specifico la Sierra Leone che tu conoscevi nonostante hai dichiarato di non sapere dove eravamo.. quindi hai giurato pure il falso. Ti ricordi che il 12 maggio era un venerdì? Tu ci hai chiamato: “Ma bambine dove siete?” E io ti ho detto che eravamo a Freetown. Magari te lo sei dimenticato ma io ho ancora le parole in testa che mi girano. Me lo ricordo come se fosse ieri. Una volta atterrate dissi in lacrime: “Mamma, finalmente siamo libere”.. Se fossimo rimaste in Italia a quest’ora saremmo morte o in adozione in un’altra famiglia perché tu non eri idoneo a farci da padre.
Tu non sei mai venuto a trovarci. L’unica cosa che facevi era chiamarci e dire falsamente: “Ciao amore mio, mi mancate”. Tu non sei un vero padre. Un vero padre ascolta le proprie figlie, prova a stare con loro, a sapere cosa è successo e cerca di capire se ha fatto qualcosa di male. Tu sei come un cane che lascia la propria moglie per altre senza prendersi la responsabilità di essere un padre di due bellissime figlie di 8 e 6 anni (età che avevamo). Allora prova a pensare: due figlie cresciute senza un padre biologico al loro fianco. Noi abbiamo avuto una madre straordinaria e Dio ci ha mandato Peter per proteggerci e prendersi cura di noi. Peter è stato un padre per noi, non tu che sei solo un egoista e pensi solo a fare del male e andare a fare i bei viaggi con la tua nuova donna che è anche più vecchia di te di non so quanti anni. Ma non ti vergogni? L’ho detto alle mie amiche e ti ridono dietro. Ti chiamano lo “sugar baby”.. chissà, magari prendi anche ordini da lei..
Ma voglio andare avanti e continuare a gridarti la verità.
Non ci mantieni. Unici soldi che ci dai sono 250 euro a testa per me e mia sorella. Cosa ci facciamo dei tuoi pochi soldi? La mamma ci ha sempre mantenuti: la scuola, le spese mediche (quando stavamo male). Tu hai avuto il coraggio di dire a mia mamma quando siamo state male: “Chiedi ai tuoi genitori, loro hanno i soldi.” L’aiuto l’abbiamo avuto solo dai nostri nonni materni perché quelli paterni, che io non posso chiamare nonni, sono sempre stati complici della tua cattiveria. E poi il mio caro zio, specialmente lui.. che ci ha sempre protetto da tutto non lasciandoci mai sole e aiutandoci in ogni problema e difficoltà. Era lui con Peter ad asciugare le nostre lacrime perché tu eri troppo occupato a farci del male. Mia sorella ed io siamo molto grate di avere una famiglia che ci ama e ci protegge da te.
Dici che nostra madre ci fa vivere in uno stato di povertà ma tu non ti sei mai degnato di venire a vedere dove abitiamo, cosa facciamo, e la scuola che frequentiamo. Ti rimembro che frequentiamo una scuola internazionale certificata Cambridge e ad aprile farò IGCSE e se non lo conosci fai le ricerche su Google. Ti dico solo che è un esame internazionale.
Mi dispiace che tutte le dichiarazioni che ho rilasciato al Consolato italiano qui a Freetown tu e il tribunale vi siete rifiutati di prenderle come prove. Perché avevate paura. Perché sapevate che le mie parole avrebbero distrutto tutte le vostre accuse contro mia madre. Vergognatevi e vergognati tu come padre.. anzi non posso neanche considerarti e chiamarti padre.
Mia madre mi ha sempre insegnato a non odiare e a non odiarti. Ma io non voglio più avere nulla a che fare con te. Mi dice di perdonarti. Io invece ora voglio solo smascherarti.
Ed ora, se vuoi, denuncia pure me.”
La lettera di Sarah è un documento potente, un atto di denuncia che racchiude anni di sofferenza, paura e rabbia. In esse emergono diversi temi significativi:
1. La violenza e le cicatrici emotive
La lettera non si limita a raccontare episodi violenti, ma evidenzia l’impatto psicologico che il padre ha avuto su Sarah e su tutta la sua famiglia. Le violenze fisiche e psicologiche subite, raccontate con crudezza, non sono semplicemente episodi passati, ma cicatrici che portano ancora con sé. Sarah non ha dimenticato nulla: ogni atto di violenza, ogni minaccia, è impresso nella sua memoria come un trauma difficile da estirpare.
2. Il tradimento delle autorità
Nonostante le numerose denunce e il supporto della madre, Sarah si sente tradita dal sistema giudiziario e dalle autorità. Le sue parole, che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi, sono state ignorate. Questo scarto tra la realtà vissuta e la reazione delle autorità fa emergere la frustrazione di una ragazza che vede le sue sofferenze non riconosciute.
3. Il coraggio e la determinazione di Sarah
Malgrado la giovane età, Sarah non ha paura di denunciare apertamente suo padre. La sua determinazione nel voler far emergere la verità è chiara. In un contesto familiare che l’ha spesso vista come la vittima silenziosa, ora Sarah non ha più intenzione di rimanere in silenzio. Il suo atto di denuncia è anche un grido di liberazione, non solo per lei stessa, ma per tutte le vittime di violenza che non trovano voce.
4. La figura del padre
Claudio Ratti è descritto come una figura distante, indifferente e priva di responsabilità. Non è solo un padre che ha abbandonato le sue figlie e che continua a infliggere dolore, ma anche un uomo che ha cercato di nascondere la sua colpevolezza dietro una facciata di amore e buon padre. Sarah non accetta questa falsità e vuole smascherare e far uscire la verità: un padre che non ha mai realmente cercato di proteggere o sostenere le proprie figlie, ma ha lasciato che il sistema e le persone intorno a lui fossero ingannate dalle sue bugie.
5. La forza di una madre
Viviana, la madre di Sarah, emerge come una figura centrale e determinante nel percorso di libertà delle sue figlie. Sebbene le difficoltà siano enormi, la sua forza ha permesso a Sarah e Chiara di trovare un rifugio e un’opportunità di vita lontano dalla violenza. L’affetto, la protezione e il sacrificio di una madre che ha messo la propria vita da parte per garantire alle sue figlie un futuro migliore sono un faro in un contesto altrimenti buio.
Conclusioni
La lettera di Sarah rappresenta un atto di giustizia e verità. Non è solo una denuncia personale, ma un messaggio universale contro la violenza, la manipolazione e l’abbandono. La sua promessa di tornare in Italia e denunciare il padre non è una minaccia: è un impegno a lottare per la verità e per ottenere giustizia per se stessa, per sua sorella Chiara e per sua madre Viviana.
La sua forza, a soli 16 anni, è esemplare e serve da esempio per chiunque viva una situazione simile: non bisogna mai smettere di cercare la verità e di combattere per un futuro migliore. La violenza domestica non può e non deve essere ignorata. Le autorità devono ascoltare le voci delle vittime, e i padri devono essere pronti ad assumersi le proprie responsabilità. Le parole di Sarah sono un invito a non dimenticare mai chi siamo e a non permettere che il dolore venga nascosto nel silenzio.
Nonostante il trauma e la sofferenza, Sarah ha scelto di fare della sua voce un grido di speranza per chi sta affrontando le stesse difficoltà, e una chiamata all’azione per chi può fare la differenza. La sua lotta non è solo per la giustizia, ma per la verità, la libertà e la dignità.
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