Navalny era l’asso nella manica dell’Élite occidentale per destabilizzare la Russia?

Alexei Navalny è stato per anni presentato in Occidente come il principale oppositore di Vladimir Putin: attivista anticorruzione, dissidente e simbolo della lotta contro il sistema politico russo.

Ma quali erano realmente i suoi rapporti con l’Occidente? E soprattutto: esistono elementi concreti che permettono di parlare di un interesse delle potenze occidentali nel sostenere un cambiamento politico all’interno della Russia?

Partiamo dai fatti documentati.

Nel 2010 Navalny venne selezionato come Yale World Fellow e trascorse quattro mesi negli Stati Uniti partecipando al programma internazionale di leadership dell’Università di Yale.

Non si trattava di un programma aperto indiscriminatamente a chiunque: quell’anno Yale selezionò appena 15 persone su quasi 1.500 candidati. L’università descriveva il World Fellows Program come la propria iniziativa globale di punta per lo sviluppo della leadership. I partecipanti ricevevano formazione, frequentavano corsi e avevano l’opportunità di incontrare leader americani e internazionali.

Navalny figurava ufficialmente tra i quindici selezionati.

La partecipazione a Yale, di per sé, non dimostra naturalmente alcun rapporto con apparati d’intelligence. Documenta però che Navalny, già nel 2010, era entrato in uno dei più prestigiosi circuiti internazionali americani dedicati alla formazione e alla connessione di leader emergenti.

Nello stesso periodo gli Stati Uniti finanziavano apertamente numerose organizzazioni della società civile russa attraverso la National Endowment for Democracy (NED), istituzione americana finanziata dal Congresso degli Stati Uniti.

Nei propri rapporti ufficiali la NED documentava finanziamenti destinati in Russia a organizzazioni impegnate, tra le altre cose, nel monitoraggio delle istituzioni, nell’accesso alle informazioni, nei diritti umani e nello sviluppo della società civile.

Non abbiamo però elementi sufficienti per affermare che quei finanziamenti fossero destinati direttamente a Navalny o alla sua Fondazione Anticorruzione (FBK).

Il dato è quindi rilevante per comprendere il contesto dell’attività americana all’interno della società civile russa, ma non costituisce una prova di finanziamento diretto a Navalny.

Ma è un altro episodio a sollevare interrogativi molto più diretti.

Nel 2012 Vladimir Ashurkov, stretto collaboratore di Navalny e direttore esecutivo della sua Fondazione Anticorruzione, venne ripreso durante un incontro nel quale discuteva della necessità di disporre di finanziamenti molto più consistenti.

Nel filmato Ashurkov ragiona su una cifra nell’ordine dei 10-20 milioni di dollari all’anno, sostenendo che con maggiori risorse sarebbe stato possibile ottenere risultati completamente differenti.

E soprattutto descrive diversi terreni sui quali operare:

proteste di massa, iniziative civiche, propaganda e costruzione di rapporti con le élite russe.

Ashurkov parla anche della necessità di spiegare a queste élite che l’opposizione era composta da persone “ragionevoli” e che un eventuale cambiamento politico non avrebbe significato distruggere tutto o privarle dei loro beni.

Ancora più interessante è l’identità dell’interlocutore.

Secondo la ricostruzione dell’FSB russo, l’uomo incontrato da Ashurkov era James William Thomas Ford, allora diplomatico presso l’ambasciata britannica a Mosca. Le autorità russe sostennero che Ford fosse in realtà collegato all’MI6 e operasse sotto copertura diplomatica.

Quest’ultima accusa non risulta dimostrata indipendentemente.

Ma un elemento è verificabile attraverso le stesse fonti ufficiali britanniche: James Ford era effettivamente un diplomatico britannico e fu assegnato a Mosca proprio tra il 2010 e il 2013. Nel maggio 2013 il governo britannico lo indicava esplicitamente come funzionario dell’ambasciata britannica.

Siamo quindi davanti a un fatto che merita attenzione: uno dei principali uomini dell’organizzazione di Navalny discuteva della possibilità di raccogliere finanziamenti nell’ordine di decine di milioni di dollari all’anno e di utilizzarli per ampliare una strategia comprendente proteste di massa, propaganda, iniziative civiche e rapporti con le élite russe, durante un incontro con un uomo che le fonti ufficiali britanniche confermano essere stato effettivamente un diplomatico britannico di stanza a Mosca.

Che Ford fosse anche un agente dell’MI6, come sostenuto dall’FSB, rimane invece un’accusa russa non provata dalle informazioni pubblicamente disponibili.

PERCHÉ NAVALNY FINÌ IN CARCERE?

Anche su questo punto è necessario ricostruire correttamente i fatti.

Navalny non venne formalmente arrestato semplicemente perché era “l’oppositore di Putin”.

Nel 2014 era stato condannato nel cosiddetto caso Yves Rocher a tre anni e mezzo di reclusione con pena sospesa.

Nell’agosto 2020 Navalny ebbe un gravissimo malore durante un volo in Russia e venne successivamente trasferito in Germania.

Le analisi condotte da laboratori designati dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) rilevarono nel sangue e nelle urine biomarcatori di una sostanza tossica inibitrice della colinesterasi con caratteristiche strutturali simili a quelle di sostanze appartenenti alla famiglia degli agenti nervini comunemente associata al Novichok.

L’OPCW concluse tecnicamente che Navalny era stato esposto a una sostanza chimica tossica.

Questo risultato documenta l’esposizione alla sostanza, ma il rapporto tecnico dell’OPCW non identifica chi gliela avrebbe somministrata né attribuisce la responsabilità al governo russo. Su responsabilità e dinamica dell’accaduto si è sviluppato successivamente un durissimo scontro politico internazionale.

Dopo diversi mesi trascorsi in Germania, Navalny tornò volontariamente in Russia il 17 gennaio 2021.

Le autorità russe lo arrestarono contestandogli la violazione degli obblighi connessi alla precedente pena sospesa del caso Yves Rocher e, il 2 febbraio, un tribunale trasformò quella pena sospesa in detenzione effettiva.

La legittimità del procedimento fu però duramente contestata. La Corte europea dei diritti dell’uomo aveva già riscontrato violazioni nel procedimento originario e successivamente ha giudicato illegittima, ai sensi della Convenzione europea, la detenzione derivante dalla trasformazione della pena sospesa.

Gli Stati Uniti e diversi governi europei definirono invece le azioni giudiziarie contro Navalny politicamente motivate e ne chiesero la liberazione.

Washington arrivò nel marzo 2021 a imporre sanzioni contro funzionari ed entità russe. L’amministrazione statunitense attribuì alla Russia la responsabilità dell’episodio dell’agosto 2020 e collegò le proprie misure anche alla successiva detenzione di Navalny.

Si trattava però dell’attribuzione ufficiale del governo americano: il rapporto tecnico dell’OPCW aveva accertato l’esposizione all’agente tossico, non l’identità dei responsabili.

NAVALNY E L’INTERESSE DELL’OCCIDENTE

Mettendo insieme gli elementi documentati emerge quindi un quadro più complesso rispetto alla semplice rappresentazione di Navalny come oppositore interno al sistema russo.

Navalny viene selezionato nel 2010 per un prestigioso programma americano dedicato alla formazione di leader internazionali.

Parallelamente gli Stati Uniti, attraverso organizzazioni come la NED, finanziano apertamente una parte della società civile russa e iniziative legate a diritti umani, monitoraggio delle istituzioni, informazione e partecipazione civica.

Nel 2012 uno dei principali uomini della Fondazione Anticorruzione di Navalny discute della possibilità di raccogliere 10-20 milioni di dollari all’anno per sviluppare attività comprendenti proteste di massa, iniziative civiche, propaganda e rapporti con le élite russe.

Quella conversazione avviene con un uomo identificato come James Ford, che fonti ufficiali britanniche confermano essere stato effettivamente un diplomatico britannico in servizio a Mosca proprio in quegli anni.

Successivamente Navalny diventa il principale punto di riferimento dell’opposizione russa sostenuto politicamente dalle potenze occidentali, mentre Stati Uniti ed Europa intervengono ripetutamente in sua difesa e adottano anche sanzioni nei confronti della Russia.

Tutto questo non consente, sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili, di dimostrare un rapporto operativo tra Navalny e i servizi segreti occidentali.

Ma consente di porre una domanda politica molto più ampia.

Navalny rappresentava semplicemente un oppositore russo che l’Occidente decise di sostenere perché ne condivideva le battaglie per la democrazia, l’anticorruzione e i diritti civili?

Oppure Stati Uniti e Regno Unito vedevano in Navalny una figura funzionale ai propri interessi geopolitici: un possibile interlocutore privilegiato all’interno della Russia, da sostenere per indebolire gli equilibri di potere esistenti e favorire l’affermazione di una leadership russa maggiormente allineata agli interessi occidentali?

Le due interpretazioni sono profondamente differenti.

Ed è proprio per questo che, prima di arrivare a qualsiasi conclusione, è necessario conoscere anche quei fatti e quei rapporti che troppo spesso rimangono fuori dal racconto pubblico su Alexei Navalny.