Ammazzato il Carabiniere Legrottaglie. Vannacci: “Colpo al cuore dello Stato, pene certe e severe ai responsabili”. Samuel Colombo risponde: “Ha ragione Generale! Ma il problema è molto più profondo, lo Stato è sotto attacco dall’interno!”

di SAMUEL COLOMBO

La morte del brigadiere capo Carlo Legrottaglie, ucciso a colpi di pistola all’alba nella zona industriale di Francavilla Fontana, non è solo un tragico fatto di cronaca. È il riflesso amaro di un’Italia alla deriva, dove le forze dell’ordine vengono mandate allo sbaraglio, mentre lo Stato — o quel che ne resta — non le protegge, non le difende, spesso le ostacola.

Legrottaglie sarebbe andato in pensione a luglio. Aveva 59 anni, una famiglia, una vita di servizio. È stato assassinato mentre faceva il suo dovere, dopo aver intercettato, insieme a un collega, l’auto di alcuni rapinatori. Ne è nato un inseguimento, terminato nelle campagne tra Francavilla e Grottaglie. I malviventi, almeno tre, sono scesi dall’auto e si sono dati alla fuga. Uno di loro ha sparato e ucciso il brigadiere. Poco dopo, due sono stati arrestati: uno è deceduto in seguito a un conflitto a fuoco con la polizia.

In seguito a questo fatto, il generale Roberto Vannacci ha affidato a Facebook parole dure e incisive: ha parlato di “colpo al cuore dello Stato”, ha chiesto “pene certe e severe”, invocando la necessità di “difendere i nostri uomini e donne in divisa” e di “terrorizzare i criminali”.

Condivido pienamente la sua indignazione. Ma credo sia necessario andare più a fondo. Perché il vero colpo al cuore dello Stato non è solo il proiettile sparato da un criminale. È la quotidiana demolizione di ciò che lo Stato dovrebbe essere. La certezza della pena, infatti, è una barzelletta in un Paese dove giudici politicizzati o corrotti sembrano più interessati a fare ideologia che a far rispettare la legge. Dove le sentenze contraddicono il buonsenso. Dove chi indossa la divisa combatte contro i mulini a vento, spesso lasciato solo, criminalizzato.

Non ci stupiamo del degrado se lo abbiamo normalizzato. Non ci stupiamo dell’insicurezza se abbiamo alimentato una cultura del disordine. E non parlo solo di criminalità “da strada”. Parlo di un attacco sistemico, profondo, pianificato: alla famiglia, alla fede, alla Patria, alla nostra identità. C’è chi ha interesse a disgregare, a creare confusione. Chi semina ideologie tossiche nei cervelli dei più giovani. Chi difende la “nuova tratta di schiavi” con un’immigrazione incontrollata che ha aperto le porte a traffici di droga, armi, esseri umani e degrado sociale. E non lo dico da osservatore passivo: guido un’organizzazione attiva in Sierra Leone da oltre dieci anni a sostegno della vita. So bene cosa significa costruire. E so ancora meglio cosa significa distruggere.

Il nemico oggi non è solo fuori, ma dentro lo Stato. Dentro le scuole, dentro i tribunali, dentro i partiti. Una mafia invisibile, mascherata da “umanitarismo”, da “fratellanza”, da “misericordia”, che serve interessi ben precisi: Élite finanziarie globaliste, tecnocrati, gruppi di potere che si muovono tra Bruxelles, Davos e altari corrotti.

È una battaglia che non si combatte con armi, ma con verità e sacrificio. E il prezzo è alto. Lo vediamo ogni giorno. Come quando qualcuno osa parlare fuori dal coro e viene aggredito, bullizzato, schernito, abbandonato. Chi oggi parla di Dio, Patria e Famiglia è considerato un nemico da distruggere. E gli amici si confondono coi nemici.

Lo dico con chiarezza: Generale, continui così. Non si pieghi. Non si lasci intimidire. Resteremo soli, a volte. La battaglia è anche spirituale. Ma non si vince arretrando o cercando consensi: si vince resistendo fino alla fine. Costi quel che costi.